mercoledì, ottobre 18, 2006
L'ultimo
martedì, settembre 26, 2006
25 settembre 2006
Il tedio veleggiava ormai alto nelle lunghe ore della giornata. Certo, ho saputo costruire un'impalcatura di difesa contro la depressione in queste fasi di riposo obbligato dopo la malattia, seduto o steso all'ombra, con le braccia tese verso l'alto a incanalare il piccolo vortice del ventilatore. Getto la testa dentro un romanzo, passando un grosso pennarello nero su quel che resta al di fuori dei margini del libro. Penso e rifletto. Ripenso e ricordo. Progetto. E poi so forse oggi meglio aspettare. Il tempo mi fa paura con la sua lentezza, ma so che la mia vendetta sul tempo – il suo semplice passare – sarà prima o poi consumata. Ebbene due sere fa, proprio quando mi stavo mettendo in questa situazione di attesa, di stand by, di surrogato di quel che dovrei vivere, di palliativo in mancanza di altro, ecco che arriva quel che non ti aspetti. Un cinese entra dalla porta con una chitarra in mano. Come se l'impensabile rispondesse, una volta manifestatosi, a un disegno perfetto. La chitarra ha sempre avuto un effetto esorcizzante nella mia vita. Spesso purtroppo la dimentico quando dovrei esserle tanto riconoscente. La chitarra fa parte di quel gruppo di oggetti o di elementi che in dottrina chiameremmo "antropo-poietici": sono esteriori all'essere umano, ma finiscono per farne parte come un prolungamento, un arto aggiunto, e per questo sono investiti di affetto, di significati, di ricordi. Un po' come l'auto per accaniti automobilisti. Quando guidi hai la sensazione che faccia un po' parte di te, che guardando l'auto la gente stia in realtà osservando quell'uomo (difficile si tratti di una donna) al volante. Un po' come la sigaretta, parte integrante del fumatore nelle sue abitudini, nel ritmo del suo tempo, nell'odore, nei gesti e nell'immagine di sé, tanto che diventa difficile mangiare se dopo non si fuma, diventa difficile discutere se intanto non si boccheggia, diventa difficile fare l'amore se dopo non ci si riflette in un'immagine fumosa di un film erotico francese degli anni '70.
E poi che sia un cinese ad entrare con questa chitarra in mano fa un certo effetto, qui, in fondo alla Mauritania. È un missionario protestante, prodotto di una Hong Kong per lungo tempo sotto bandiera britannica, difesa contro l'ateismo imperante cinese. Dopo un po' ci raggiungono tre sue colleghe connazionali, vestite dei migliori boubou africani. Una bella immagine. Prepariamo e mangiamo insieme delle crêpes bretoni. Sono un po' disorientato, ma tutto è possibile. Ci invitano, me e due colleghe francesi, per la sera seguente ad accogliere una delegazione di cinesi del nord. Ieri sera partiamo dunque con il gruppo di Hong Kong per andare ad accogliere questa equipe di medici inviati in fondo all'Africa per due o quattro anni dal governo di Pechino senza nemmeno conoscere una parola di francese. Mi domando quale sia il loro rapporto col tempo e la nostalgia se questa è proporzionale alla distanza, alla differenza e all'impossibilità di un immediato ritorno. Ci preparano degli ottimi ravioli. Il medico apre una bottiglia di whisky giusto per me, in questo paese dove l'alcool è vietato. Accetto un goccio giusto per non essere scortese, ma il cinese è stato fin troppo gentile. La tazza è bella pienotta. Così comincio a sentirmi anche un po' brillo, ma anche da completamente ubriaco non potrei vedere la realtà più bizzarra di quanto l'abbia vista da sobrio. Una decina di cinesi, due francesi e me attorno a un tavolo mauritano, si parla cantonese, mandarino, francese, inglese e, con grande soddisfazione, italiano dopo che i commensali insistono per imparare "salute!". La parola si rivela adeguata, visto che hanno tirato fuori un liquore cinese dal gusto dolciastro e dalla gradazione eccezionale. Sudo. Ancora più brillo e vai con "salute!". A quel punto tutto è possibile. Mi chiedono di cantare una canzone delle mie parti. Preso da un impeto campanilistico, canto "Romagna mia". Un grande successo a cui risponde il cuoco cinese con una magnifica, nostalgica e potente ode alla luna che sul ritornello coinvolge tutta la tavola e mi fa tremare. Il capo medico mi ha poi detto che ha percepito la nostalgia celata nella canzone che cantavo, benché evidentemente non ne capisse le parole. Una decina di giorni fa, quando ero ancora al villaggio, arrivò un temporale violento. Nell'indecisione tra le capanne sotto cui proteggermi scelsi quella dove si erano rifugiati una decina di bambini e adolescenti. Mentre l'acqua scrosciava sul tetto di paglia e plastica e la sabbia là fuori diventava fango, quei grandi occhi mi chiesero di cantare. Ne provai diverse, ma tutti mi chiesero di ripetere per quattro o cinque volte soltanto "Romagna mia". C'è forse un elemento chiave nella canzone popolare, un tono nostalgico, vero e concreto, che è ascoltabile da qualsiasi orecchio. Bizzarria della musica, dove le canzoni che evocano casa, la nostra casa, il nostro luogo, il nostro contesto, sono quelle canzoni che più si fanno comprensibili a tutti, a quelli che hanno un'altra casa, un altro luogo, un altro contesto. Così ieri sera, i cinesi hanno forse capito qualcosa di quella Romagna "ove la mamma mia ho lasciato" e io ho visto il chiarore della luna tra la Mongolia e il Vietnam. Di fronte a questa scena ho riprovato quella sensazione di mille voci che gridano o cantano. Ho sentito quel grande boato di un'umanità immensa per grandezza, vastità, molteplicità. Un boato che ti dà i brividi con il suo senso di pienezza. Un boato che ti dà le vertigini perché non ne vedi i confini.
giovedì, settembre 21, 2006
domenica, settembre 17, 2006
Cari tutti,
mi ero promesso di utilizzare questo blog per scrivere tutto quel che
di importante passava nella mia testa e davanti ai miei occhi e
purtroppo a questo impegno non tengo fede. Cosi' come non sono
riuscito a scrivere sulla mia esperienza al villaggio della volta
scorsa cosi' non potro' raccontarvi tutto quel che è successo questa
volta. Sappiate soltanto che questa volta sono restato in forma e che
l'esperienza è stata meravigliosa. Il posto magnifico, la gente pure.
E' stagione delle piogge e quindi anche questa terra di frontiera tra
deserto e sahel si tinge di verde. Il bestiame resta di fianco al
villaggio e l'accompagno in piccole transumanze giornaliere. Il latte
è buonissimo e lo bevo tre volte al giorno con il cous cous come
pasto. Un po' ripetitivo. Ricomincio a sognare i tortiglioni. Ho
partecipato a qualche matrimonio, visto il promesso sposo partire a
cammello verso il villaggio della sposa per "rapirla". Ho danzato la
sera al suono di un tam tam, camminato fino ai monti dell'assaba per
scrutare il panorama. Ho fatto il bagno in questi fiumi sempre
assetati che con la pioggia all'improvviso si riempiono dando come per
magia vita a tutte queste terre aride. E poi la gente, la famiglia, i
bambini, gli anziani. Tutti mi hanno accolto a braccia aperte, tutti
hanno scherzato, tutti mi hanno raccontato e insegnato qualcosa, con
il sorriso. Non mi sono sentito solo, anche se a volte è dura per il
cibo e questi lunghi spostamenti in carretta o a piedi sotto il sole o
su un 4x4 su piste disastrate. In queste notti passate sotto il cielo
stellato, con il bestiame giusto al mio fianco, ho pensato a tutti voi
e mi sono sentito nel posto piu sicuro del mondo. Ora sono in una
piccola capitale regionale. Mi riposo, ma presto dovro' ripartire.
Avrei voluto raccontarvi tutto, ma forse non ce la faccio o forse non
ne ho semplicemente il tempo. Mi limito al riassunto.
Un abbraccio
lunedì, settembre 04, 2006
Partenza
giovedì, agosto 24, 2006
venerdì, agosto 18, 2006
giovedì, giugno 01, 2006
stazione di Milano
Ora devo andare. Riscriverò presto. Forse perché oltralpe sarò in quella zona di limbo che ha meno a che fare con questa mia mania di riversarmi in parole. Lontano dalla Mauritania di cui voglio parlare. Lontano da chi, magari per caso o curioso, legge queste parole. Uno dei pochi privilegi di chi è spesso in zona di transito, con questo scrivere che è come un'isola, come diceva Calvino, perché può farsi ovunque.
venerdì, marzo 10, 2006
Kiffa, ultimo computer
domenica, marzo 05, 2006
la lotta tra gli uomini e le cose
L'acqua bolle. Ho trovato i Tortiglioni Barilla e l'acqua bolle. Potrei dirvi che la pentola è la stessa, piccola, blu e col manico, che abbiamo a Parigi. Ma poi sembrerebbe che lo faccio apposta a vedere qui oggetti che vorrei in questo momento vedere altrove.
I Tortiglioni Barilla. I miei preferiti con il ragù, questo sugo che ormai ovunque tranne che a Bologna si chiama "bolognese" – forse gli Indiani hanno bisogno di chiamare "indiano" il tè che bevono? – Ragù non ne ho trovato. E non è il momento di un sugo bolognese casalingo. Così ripiego su dei pomodori pelati. Sulla scatola leggo senza tradurre. Anche i pelati sono importati dall'Italia. Per questo sabato sera solitario mi merito questo gusto a cui sono così abituato.
Ormai nelle boutique del centro si trova di tutto. Effetto della globalizzazione delle cose e dei gusti. E per fortuna in questo caso non si tratta di Nescafé. Nelle boutique meno fornite si trova comunque della pasta made in Italy, ma è fatta apposta per l'esportazione verso le boutique meno fornite, per mano di una globalizzazione di serie B. È collosa: impossibile farla al dente. Al limite, si può ripiegare sulla produzione locale di pasta. Sulla confezione due cammelli e un'oasi stilizzati. In basso, una scritta in arabo e una in francese in senso inverso recitano "la pasta dal vero gusto italiano".
Finito il piatto ho ancora voglia di qualcosa. Mangio degli ottimi datteri. Qua se ne producono a tonnellate eppure nei negozi trovo solamente datteri tunisini. Ma avrei voglia di altro ancora. Avrei voglia di tre bicchieri di tè mauritano, anch'esso entrato nelle mie abitudini durante i ripetuti rituali giornalieri che sospendono il tempo. Il rituale dei tre tè è diventato la pratica che più unisce ogni mauritano di ogni colore, lingua o vestito. Il rituale dei tre tè misura la giornata, ritma le conversazioni, accompagna gli incontri. Eppure questo tè è arrivato soltanto un secolo fa dalla Cina e dalla Cina continua ad arrivare. Eppure è una radicata tradizione locale. Mi metto allora a riflettere sulle cose che mangio, a ciò che è riconosciuto come ormai tipico e tradizionale dell'Italia. La pasta è prodotta dal grano coltivato per la prima volta in Mesopotamia, là dove ora si dice ci sia l'Iraq. Il pomodoro è arrivato solo qualche secolo fa dal Nuovo mondo. Cambiamo i procedimenti di trasformazione dei cibi e otteniamo una pizza, ispirandoci al pane prodotto sull'altra sponda del Mediterraneo – sotto gli occhi ho dunque un lontano cugino della pizza, un pane schiacciato importato da quei Libanesi che si sono fermati in Africa occidentale nel loro viaggio sognato verso Ovest, verso l'America. La pizza la preferisco con mozzarella di bufala, quest'animale importato dall'Africa. A fine pasto un buon caffé tipico, originario dell'Etiopia, magari con un po' di zucchero cubano.
Mi immagino un romanzo sulla lotta tra gli uomini e le cose. E le cose sembrano uscirne vincitrici. In questo romanzo le cose arrivano dappertutto, mentre gli uomini fanno fatica a muoversi, come se fossero dei piccoli perni immobili attorno ai quali sono le cose a girare come liberi elettroni. Le cose possono essere dappertutto – a loro è donata l'ubiquità – perché possono essere copie infinite di loro stesse, mentre ogni uomo è unico ed è costretto a trovarsi – semplicemente – là dove effettivamente si trova. E soprattutto in questo romanzo sono le cose a viaggiare, perché le cose diventano merci e le merci non hanno bisogno di permessi, non hanno bisogno di passaporti. L'uomo invece si dota di frontiere. Per spostarsi deve chiedere il permesso ad altri uomini in uniforme. E il passaporto ci sembra un bene necessario e naturale, da tenere il più vicino possibile alle mutande. Eppure fino ad ottanta anni fa non esisteva. Si era stranieri se si era sconosciuti.
È vero, oggi si viaggia come mai nella storia. Se sono qui è perché ho preso un aereo. A piedi non mi sarei mai sognato di arrivarci. Ma a volte lo spostarsi, in questo romanzo, implica sedere su aerei tutti uguali, per atterrare su aeroporti tutti uguali, per dormire in alberghi tutti uguali. Come se ci fosse una pazza legge della fisica sociale che vuole che più l'uomo si muove e meno cose vede, e meno persone incontra. Il romanzo finisce con l'atroce vittoria delle cose sugli uomini. Non restano più pagine per un finale a sorpresa, né parole per dare una morale alla storia, per spiegare al lettore disorientato come queste cose inanimate, prive di voglie, gambe e progetti, possano arrivare dappertutto e vincere l'uomo.
Ma se potessi scrivere il sequel di questo romanzo, direi – non dico "da poeta fallito" perché sarebbe un fallito tentativo poetico – che gli uomini hanno un'arma segreta. Gli uomini possono muovere le cose e fra queste possono a volte scegliere. L'esistenza delle cose non avrebbe alcun senso se non vi fossero gli uomini a dargliene. Gli uomini sanno comunicare, conoscere per passa parola o tramite segni semantici a inchiostro quello che succede altrove, indagare sulla vita degli altri. Hanno abbastanza immaginazione per mettersi nei panni di chi non conoscono e di quelli che non hanno mai visto, abbastanza capacità per comprendere quello che intendono non capire. Hanno poi e soprattutto i sentimenti, quei piccoli lacci invisibili che fanno sì che l'uomo si sdoppi, che sia altro dalla sua mera carne – cosa o oggetto – che sia qui e là allo stesso tempo, là dove i lacci finiscono dopo aver fatto almeno una volta il giro del mondo e tengono strette le persone a noi care. E ancora, la capacità di meravigliarsi, di cambiare le cose, di forgiare se stessi…
Torno alla realtà, il romanzo non l'ho scritto. Avrebbe bisogno di altre parole, forse di un'altra penna. E mi preparo a partire presto per i villaggi dove ancora si portano al pascolo le mucche e le case non sono ancora tutte fissate per terra. Dove ancora non è arrivata la linea elettrica a competere con il sole, né l'acqua corrente a competere con il deserto. Sarò senza il mio informatore ed interprete Bébé. Dovrò accelerare la mia comprensione di una lingua che mi sembra ancora impossibile. Andrò a vedere se anche qui in Mauritania da qualche parte Cristo si è fermato ad Eboli. Sicuramente al villaggio non sono arrivati i Tortiglioni Barilla. Ma sicuramente due "cose" sono arrivate: i tre tè con il loro rituale e il telefono cellulare. Perché si sa, gli uomini hanno voglia di comunicare. Se no, sarebbero cose.
giovedì, febbraio 23, 2006
tentativo
Tentativo. Provo per qualche riga a lasciare il mondo della morale interiore o il mondo dei grandi eventi là fuori. O almeno, cambio giusto punto di vista. Sospendo per un po' il giudizio sulle cose. Chissà che non sia dal quotidiano che si capiscono le cose importanti. Dal piccolo al tutto. Racconto una mia giornata.
Mi sveglio presto. Mi alzo molto più tardi. Una tazza di Nescafé mattutino. Il piacere del rituale caffeino è ancora superiore al disgusto di questa bevanda annacquata. Basta mettere molto, ma molto zucchero. Due Biskrem, i biscotti al cioccolato più buoni al mondo, ma diffusi soltanto in tutta l'Africa. Chissà perché il Nescafé si trova dappertutto e i Biskrem turchi non riescono ancora a sfondare tutte le frontiere continentali. La francese che mi ospita mi annuncia un messaggio ricevuto dalla sua ambasciata: i Francesi in Mauritania sono pregati di non toccare volatili, di cucinare a fondo i polli e di evitare le uova al tegame. I Francesi sono già avvertiti che l'aviaria potrebbe già essere arrivata in Mauritania. Ma non bisogna dirlo ai Mauritani. Alla tv di Stato nulla è stato detto. Più tardi, passerò l'informazione a qualche incredulo dei quartieri popolari. Se sono scoperto, mi accuseranno di aver divulgato informazioni sbagliate e fomentato le paure delle masse? Non c'è nulla da temere in questo paese da cui passa l'80% delle migrazioni di volatili tra l'Europa e l'Africa, in questa città che è soprannominata "la più grande fattoria del mondo" per la densità di bestiame. Nulla da temere, la paura è appannaggio – dramma o privilegio? - dei Francesi. Eppure basterebbe dire: cucinate bene il pollo.
Raccontare una mia giornata dicevo. Riguardo i miei appunti. Provo ad inculcarmi qualche parola di pulaar in testa. Almeno la parola più importante – mangiare – è un'onomatopea ed è difficile dimenticarla: "gnam". Parto per il quartiere 6°, là dove avevo vissuto tre mesi l'anno scorso. Jari è tornata al villaggio con le nuore e i nipoti e la mia stanza è ora occupata da quattro bambini sconosciuti. Ma nella casa di fianco c'è ancora Koumba, la sorella di Jari. Entro nella sua stanza e la trovo con le sue due nipoti. Bébé, l'unico francofono della concessione, sta spartendo il suo pranzo con gli altri in un'altra stanza. Termino il mio registro dei saluti, che fortunatamente dura qualche minuto, poi mi ci vogliono due minuti per formulare una frase consultando il lessico. Al diavolo la grammatica. Non voglio più sottoporre Koumba ai miei disperati tentativi di esprimere i più semplici concetti in pulaar. Rivolgiamo la nostra attenzione alle due piccole, Koumba (anche lei) e Penda (come la figlia di Jari… scrivo nella mia agenda mentale che devo aggiornare la genealogia). Le piccole ridono, scherzano. Tendono la mano senza paura a questo alieno scolorito. Saltano addosso alla nonna, la mordono, le tirano la pelle ridendo. Koumba risponde anche lei con un sorriso. Forse un po' più malinconico. Sua figlia, la madre delle due piccole, è morta durante il parto quando con la famiglia era rientrata al villaggio durante i mesi di pioggia tra luglio e settembre. Arriva Bébé e poi il griot. Costui è il cantastorie musicista, il depositario della tradizione e della storia della famiglia nobile. Con i cambiamenti dell'ultimo secolo, suo nonno e suo padre si erano man mano divincolati dalla dipendenza della loro famiglia nobile. Ma la loro funzione non smette di essere richiesta. E sembra un lavoro di successo. Ha un orologio d'oro al polso. Suona sia lo strumento tradizionale che una chitarra elettrica amplificata. Tre note e capisci da dove è venuto il blues. Il suo telefono non smette di squillare. Tutti sono alla sua ricerca per tessere le lodi della loro famiglia. È andato in giro per 17 paesi africani, laddove si trovano i Fulbe che dichiarano di avere la stessa origine. Canta di un'origine egiziana. Erano loro i faraoni d'Egitto.
Vado da Umar Ba, professore di pulaar, per apprendere qualche altra parola. Uscendo ritrovo la casa di amici soninké. Vivono in ventidue in quattro stanze. Erano quattordici mesi che non li vedevo, ma loro si ricordano ancora il mio nome. Mi chiedono come sta quella ragazza francese con cui un giorno resi loro visita. Quel giorno mi dissero che avrei dovuto fare di tutto per conquistarla, era la ragazza perfetta per me. Con un po' d'orgoglio ho potuto dire che adesso stiamo insieme. Poi faccio un giro per la kébbé, la bidonville abusiva dove sono concentrati gli ultimi dei Mauritani. Sono le sei e c'è l'uscita da scuola, unico edificio in muratura, con una bandiera mauritana che sventola alta al di sopra della polvere di sabbia. Una trentina di bambine mi viene incontro. Una balla e grida. Mi sta prendendo in giro. Mi chiede se sono "nasrani", europeo o cristiano. Rispondo "ma naraf", non so. Altro non avrei saputo rispondere. Mi fermo alla boutique e compro un sacchetto di caramelle. Varco la porta in uscita e il sacchetto già è scomparso. Ritrovo Bébé sul tetto della concessione. Per tutto il tempo del tramonto, là in fondo sul mare, mi spiega l'origine del loro villaggio. Poi è tempo di passare a cose più importanti. Andiamo da un altro Umar che ha aperto un locale dove si paga la visione delle partite di Champions' League. È l'unico ad avere l'abbonamento satellitare nei paraggi. Ci sono due stanze in cui è trasmessa la stessa partita, Chelsea-Barcellona. Sto sulla porta tra le due stanze e per la prima volta vedo concentrato in un'immagine l'oggetto della mia tesi. Da una parte, Al-Jazeera sport in arabo. Dall'altra, Canal Plus in francese. Nella prima stanza, giovani più chiari di pelle con un turbante da deserto. Nella seconda, giovani più scuri di pelle con camicioni larghi o canottiere sportive. Mi chiamano dall'Italia. La partita finisce, ma restiamo a guardare il riassunto di Werder brema – Juventus. La Juve ha perso tre a due. Bébé mi dice di non preoccuparmi per il match di ritorno. Mangiamo al fast food di fianco. Poi rientriamo. Nel breve tragitto a piedi incrociamo sulla strada Koumba e le sue vicine. Sono una decina e stanno tutte attorno ad un taxi. L'oscurità totale è viziata solo da una miriade di punti luminosi sopra la nostra testa e dai due fanali sgangherati della Mercedes anni '80. La portiera si chiude, il taxi fa inversione. Quelle figure di donne vicino a me cominciano a danzare. Battono le mani, saltano e cantano la loro felicità. La figlia di una vicina è appena partita per vivere la sua prima notte a casa del marito novello.
Io e Bébé andiamo nella sua stanza. Per stanotte sto qua a dormire. Ma non è ancora il momento. Ricevo una telefonata liberatoria da Parigi. Poi Bébé non riesce a dormire, ha voglia di parlare. Racconta quanto suo figlio Amadou, quel piccolo Amadou che mi teneva compagnia l'anno scorso, ami giocare a calcio. Ora è lontano al villaggio. Causa lavoro, Bébé vede Amadou e Rougui sua moglie soltanto tre settimane l'anno. Poi comincia a sognare la Francia per farvi un master in sviluppo. È laureato in geografia, ma qui non ha avuto nessuna opportunità per continuare gli studi. E io ho il privilegio di studiare chi non ha potuto studiare. Intanto, la radio accesa fa da sottofondo e penetra il buio. A volte tendiamo le orecchie per sentire le notizie di Radio France Internationale. Un po' di malinconia mi prende al cuore. Con quelle voci, con quella radio, mi sono svegliato ormai tante volte a Parigi con Armelle al mio fianco. Presto.
E cosi' mi addormento. Sono stanco. Mi sembra di aver visto oggi l'umanità intera. Eppure sono in un quartiere periferico della capitale del paese meno denso al mondo dopo la Mongolia.
domenica, febbraio 19, 2006
19 febbraio Una vignetta dal mio mondo
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giovedì, febbraio 09, 2006
9 febbraio Ancora Nouakchott
Non credo tanto alla distanza culturale. (Sono arrivato appena da un giorno a Nouakchott – di nuovo Nouakchott – e si fa in fretta a riabituarsi a lingue che non si conoscono, a gesti che hanno un senso diverso.) Se si viaggia davvero nello spazio, andando altrove in questo mondo, il vero problema è la nostra relazione col tempo. Partire per vivere un'esperienza significa prima di tutto accettare di non sapere quello che sarai tra un po', tra qualche settimana o tra 87 giorni al ritorno in Europa. È accettare di non avere la certezza, la calda consolazione, delle esperienze che vivrai, di quel che penserai e di chi incontrerai. È la differenza fondamentale tra il viaggio e qualcos'altro – chiamatelo forse avventura, ma non voglio essere troppo romantico: il viaggio è uno stacco, una parentesi circoscritta tra un prima e un dopo che hanno continuità, il ricaricare altrove le batterie per una vita che segua la sua linea diritta; l'"altra cosa" invece è forse aprire continuamente parentesi, non essere capace di finire una frase, legare ogni esperienza con una congiunzione subordinata, interrompere il filo con virgole piuttosto che punti. E sperare che poi, guardandoti indietro, quel che hai prodotto appaia almeno a te stesso un discorso coerente, che porta a un senso, a qualcosa.
È forse per questo che le cose che reputiamo davvero importanti della vita sono quelle che danno un senso di continuità alla nostra esperienza. La famiglia e l'amicizia – quelle vere - non a caso si basano su rapporti e sentimenti che vanno oltre il cambiamento, che resistono – anche se non la sopportano - la lontananza, ma soprattutto che resistono al tempo. Danno un senso dell'evoluzione alla nostra esistenza. Saranno comunque là. Ed è per questo che l'amore è la nostra grande scommessa: credere che esso sia là a dare continuità alla nostra vita, a ritmare i nostri cambiamenti, a seguire le nostre evoluzioni. Solo allora è forse possibile buttarsi nell'avventura, senza che questa diventi una fuga da tutto e da tutti.
Atterrato ieri sera, ho da subito cercato di interpretare i segni del mio arrivo come messaggi inviatimi dalla mia sorte su come saranno questi tre mesi. Cartomante, astrologo, marabutto e interprete di arrivi. Ero avvolto da una certa aurea di sicurezza, come per dire ai Mauritani "guardate che già conosco il paese" e per dire a me stesso che staro' bene. Il bagaglio non arriva. Perduto. Comincio a credere in un cattivo presagio. Ma sono stato più fortunato di altri. Il mio sacco blu di 23 kg e 8 è ritornato già oggi a Nouakchott. È solo passato da Bamako in Mali e da Brazzaville in Congo, prima di risalire verso Cotonou, ancora Bamako e poi Dakar in una notte soltanto. Ho ritrovato i miei sandali e posso restituire a Valentine i suoi infradito di plastica di 4 numeri troppo piccoli; ho ritrovato quaderni e libri per lavorare; ma soprattutto ho ritrovato i miei vestiti, alcuni con l'odore del bucato di mamma – che col tempo è diventato il mio – e alcuni con l'odore della lavanderia automatica di fronte a casa mia e di Armelle a Parigi, un odore che è presto diventato il nostro.
Mi sono presto riadattato ai miei sentimenti mauritani. Primo fra tutti, il senso di ipocrisia. Tutti mi sembrano ipocriti: mauritani di ogni origine e rango, europei espatriati, io stesso. Perché l'ipocrisia è davvero una costante umana. Vado a trovare Soulayman nell'alberghetto in cui lavora. Era un anno che non lo vedevo. (Scopro che il suo compagno Mohammed è ripartito per il suo paese natale, quella Costa d'Avorio che ora tentenna tra la pace e le guerra.) Ricordavo una grande foto del presidente all'entrata dell'albergo, come ne trovai l'anno passato all'entrata di tutti gli uffici e delle Ong francesi. Una foto di uguali dimensioni campeggia ancora nella stessa cornice, ma l'uomo è cambiato. Effetto del colpo di Stato di agosto. Poi ritrovo l'ipocrisia delle scritte per le strade, finanziate da qualche ministero che parla di sviluppo ed educazione per tutti. La stessa ipocrisia di quegli intellettuali che parlano perfino di rivoluzione bevendo whisky al bar dell'hotel Mercure (ci sono forse anch'io?). Ma l'ipocrisia non è appannaggio della Mauritania. È solo che qui, in quanto toubab, sono facilmente catapultato laddove il potere si vive, si costruisce, si mantiene. L'Italia o la Francia sono ugualmente ipocrite. È solo che ne entriamo diversamente in contatto, rifugiati nel nostro anonimato da una televisione che ci fa da filtro tra il nostro privato e quello che succede là fuori tra gli altri – tra i quali a fatica riusciamo a immaginare noi stessi - e lassù, tra i salotti di Roma e i Champs Elysées. Qui a Nouakchott ho invece la sensazione che tutto ti sia sbattuto sotto il naso e si fa più fatica a passare oltre l'ipocrisia. Le disuguaglianze sono certo enormi, ma cosa cambia da quel che si vede ad esempio a Parigi? L'altro giorno passo per Place de la République. Un uomo sui trentacinque piegato su stesso in mezzo al marciapiede tende le mani in avanti chiedendo elemosina. Forse spera che per i passanti sia più difficile far finta di niente, passare oltre scansandolo. O più semplicemente, essendo questa speranza un po' disillusa, resta in quella posizione perché gli risulta più comoda. Poteva scaldarsi cosi' la schiena con l'aria che usciva da quella grata alle sue spalle. Una folata di vento continua, profumata di odori da vasca da bagno. Al di là della grata una Beauty Farm del Club Med, un'immaginaria isola di esotico, tra saune, raggi UV e massaggi che per un istante regalano soffi di un altrove che non è mai esistito.
Mi dico che dovrei smettere di pensare solo alla Mauritania quando sono in Mauritania. Nei miei viaggi di oggi in taxi verso l'aeroporto ho visto la bandiera italiana fuori dal consolato e bambini di strada con la maglia degli azzurri di calcio. Non per nostalgia patriottica, mi sono detto che forse dovrei pensare anche all'altrove ora che in un altrove ci sono, a quella piccola Italia che si prepara al voto, a quell'Italia che il saharawi l'anno scorso non sapeva essere al di là del deserto e del mare, a quel voto a cui non potro' partecipare a meno che il primo ministro non decida di regalare viaggi di ritorno ad hoc per antropologi sul campo e altri semi-espatriati invece che convertitori dell'euro. Che a quanto pare non hanno permesso agli italiani di fare bene i loro conti.
martedì, ottobre 04, 2005
Vado in bagno di corsa
Mi sembra di aver perso qualcosa in queste settimane di malattia. Dakar resta anonima. L'accesso alle sue atmosfere rimane a me vietato. Spero soltanto di riuscire prima del mio ritorno a visitare l'isola di Goré, da dove partivano le navi stracariche di carne umana rossa (né bianca né nera) verso il blues dei campi di cotone, il vudu' di Haiti o il samba di qualche favelas.
Forse ho già detto addio all'aria condizionata e alle lettere ingiallite degli archivi coloniali. Ho solo voglia di ricominciare a stare bene dopo 18 giorni di malattia. E tornare a casa ristabilito, con ma chérie al mio fianco nel grigiore imolese per festeggiare il nostro compleanno. A proposito, il 15 sera alle magie di bacco offro a tutti un bicchiere... sempre che non sia ancora sotto antibiotici. A presto
sabato, settembre 17, 2005
Sabato, week end
meritato relax tra il lavare i panni e fare un po' di sano turismo. E
invece no, una notte in bianco e una giornata a letto. Sono stato
colpito da quel virus contro cui non c'e' ancora vaccino: l'aria
condizionata. E nelle mie allucinazioni notturne comincio a
chiedermi, in nome dei buon vecchi luoghi comuni, "dove stiamo
andando?". Si', non riesco a spiegarmi perché le cose che si
inventano per comodità finiscono per rovinarci la vita. Spendiamo un
migliaio di euro all'acquisto, consumiamo energia a tutto spiano,
inquiniamo per avere aria a 10 gradi e soffrire il freddo, qui dove
di gradi, natura vuole, ce ne sono 35.
anche l'auto è l'icona dell'incartamento dei nostri tempi nello
scartare le piccole sofferenze. Spendi soldi per avere la tua auto
privata, il tuo piccolo mondo trasportabile dove ti senti invisibile
malgrado i finestrini ( se no non ci metteremmo le dita nel naso al
semaforo), per essere comodo, indipendente autonomo... e ti ritrovi
vittima di milioni di disperati alla ricerca dell'indipendenza del
movimento. In più spendi quello che spendi per la benzina, con tutte
le conseguenze ecologico-economico-militari nel mondo. L'uomo fermo
in fila con la macchina accesa da due ore è il più grande simbolo del
fallimento. Fallimento di una società che si crede spesso sadica, un
potere oppressivo che ci fa' vivere contro natura. E invece no, è una
società di masochisti, dove lo star bene coincide con la piccola
sofferenza. Credo che buona parte della gente ci provi gusto ad
essere malata,a ricevere attenzioni, a sentirsi importanti. Forse
perché di solito ci sentiamo troppo soli. Ma in fondo capisco.
Venitemi a salvare da questa apatia che mi attende a letto malato. ma
soprattutto salvatemi da questo luddismo rosso-verde. Esserne
coerente sarebbe uno sforzo troppo grosso.
martedì, settembre 13, 2005
Cari tutti
Cari tutti,
non sarà un messaggio di falsa poesia. Sono stanco benché in forma e
ho solo voglia di raccontarvi, di dirvi che sto bene. Dakar è enorme,
stressante, affascinante. Mi sveglio presto la mattina in un bel
ostello e poi via a passare una buona ora su un bus stracarico, a
evitare le buche e a sciogliermi velocemente per il caldo e l'umidità
insopportabili. Dopo qualche avventura oggi sono riuscito a
cominciare a lavorare agli archivi nazionali. Dopo lunghe ricerche li
ho trovati nel palazzo del governo. Simpatico entrarvi, non mi era
mai successo.
dakar non mi ha stupito. le coste sono belle, i mercati attraenti. Ma
c'è un ché di spersonalizzazione in questa immensa urbanità. La gente
non risponde ai sorrisi e non si lascia cercare dai miei occhi. Forse
sono semplicemente abituati a vederne di europei un po' disorientati.
Cosi' smetto di sentirmi l'eccezione per la strada come a Nouakchott
e Bamako, e torno nel mio anonimato. Mi sento forse un po' solo per
questo. Qui all'ostello passo le mie serate in veranda, a leggere in
compagnia di una nube di zanzare. La settimana scorsa c'è stata
un'inondazione. Molte strade sono impraticabili, i rifiuti
galleggiano, la terra non assorbe. E si diffonde un po' di più la
malaria e poi il colera. ma io sono in una botte di ferro.
Discuto e ceno a volte con qualche turista di passaggio. Il turista è
il vero soggetto di studio etnologico di questo inizio XXI secolo.
Alla ricerca di fantomatiche culture surgelate, dello stile quattro
salti in padella pronti in cinque minuti. Quel quarantenne li' con
cui ho parlato stamattina... sembra che per lui i senegalesi non
dovrebbero esistere in senegal, gli rovinano la vacanza, e poi questa
povertà lo disgusta... non perché la gente sta male, giusto che gli
dà fastidio alla vista... solo le ragazze senegalesi dovrebbero
esistere, zitte e pure povere alla ricerca di qualche euro facile
(facilità relativa, sia chiaro). Come quella ragazza che ieri sera è
uscita dalla sua stanza, precedendolo di qualche metro. Mi ha
incrociato e ha abbassato lo sguardo mentre si sistemava ancora il
reggiseno. Se ne è andata senza salutare quell'uomo che l'ha pagata
per amarla. Lei povera, ma lui certamente più misero. E se si deve
lamentare che se ne stia a casa sua.
Vi abbraccio
Riccardo
domenica, aprile 10, 2005
È domenica

E' domenica e in questo momento mi sarei dovuto trovare all'aeroporto
di Malpensa, Milano, Italia. E invece no. Sadismo o edonismo, mi sono
concesso ancora una decina di giorni mauritani.
E' domenica e per la prima volta nella storia di questo paese questa
giornata fa parte a pieno titolo del weekend. Una commissione di
esperti politici e religiosi ha finalmente deliberato sulla delicata
questione del fine settimana: la Mauritania si conforma al mondo
conformato all'Occidente domenicale e sposta di un giorno la pausa
settimanale. La religione puo' ben comprendere. Con un weekend dal
venerdi' al sabato il paese restava sconnesso per ben tre giorni
dalle piazze d'affari di New York, Londra, Tokyo e Parigi. Presto il
paese sara' inondato dai petroldollari. E come si puo' restare fuori
dalla variazione costante della quotazione del barile di greggio,
ossia fuori dal mondo moderno?
Questa mattina esco di casa verso le 9 di questa domenica ancora
incapace d'esser weekend. Ma la gente imparera' presto, mi dico,
quando si tratta di imparare a riposarsi. Ma mi guardo attorno e in
questo quartiere popolare la gente continua a lavorare. Dopotutto
l'ha sempre fatto anche di venerdi'. E allora queste braccia e queste
gambe continueranno a macinare anche di domenica, a meno che non
riescano ad attraversare il deserto a piedi, il Mediterraneo a nuoto,
la Manica aggrappati sotto il treno del tunnel, e poi vincere al
superenalotto britannico o alle scommesse sui cavalli, cominciare la
scuola dalle medie, vincere una borsa di studio in mercati finanziari
a Oxford con Master al Mit di Boston, perdere i capelli e acquistare
pancetta e psicologo in dieci anni di sfruttamento come operatore di
borsa, meritarsi un posto presso l'australiana Woodside petroleum,
scalarne la gerarchia, acquisire il posto di responsabile paese in
mauritania, quindi tornare nel proprio paese d'origine. A quel punto,
si potranno godere la domenica, con la quotazione del greggio
invariata e il guardiano della casa che lavora sette giorni su sette.
Mi guardo attorno e vedo chi potrebbe essere il protagonista di
questa avventura. Da circa una settimana, un ragazzo della mia eta'
passa la sua giornata in mezzo all'incrocio poco distante da casa.
Sembra che di sua iniziativa abbia deciso di mettersi a dirigere il
traffico, in uno di quei pochi punti di Nouakchott dove l'illogica
anarchica della pratica automobilistica mauritana sembra non
funzionare: troppe buche da evitare e troppi carri trainati da asini
da scartare. Fischia, fischia col suo fischietto e nessuno se ne
infischia, sa che rischia se si getta nella mischia... beh, lasciamo
stare questi esperimenti linguistici...
Mi chiedo cosa spinga questo ragazzo ad assumersi una tale
reponsabilita’: senso civico? Pazzia pura? Mania dell’ordine? Ha casa
sull’incrocio e sua moglie incinta non sopporta lo strombazzare delle
auto in fila? Mi sembra difficile che l’amministrazione si preoccupi
di questo problema e che per di piu’ decida di assumere qualcuno per
occuparsene. Molto piu’ probabile, mi dico, che si tratti solo di una
mossa pubblicitaria. Per tutta la settimana ha indossato una
canottiera con il simbolo della Marlboro. Se verso sera tira un po’
di vento fresco dal mare, si infila una maglietta sotto la
canottiera, non sopra.
Fosse vero non mi stupirei. Dopotutto all’interno delle scuole sono
ben in evidenza dei cartelloni pubblicitari della Coca Cola e della
Sprite. Avete sete? E’ gia’, fa caldo in questo deserto. Bevete Coca
Cola. Una bottiglia costa 50 ouguyia, ossia 15 centesimi di Euro. Una
bottiglietta d’acqua tre volte tanto. E intanto nel quartiere l’acqua
gia’ scarseggia. La Coca mai.
L’altro giorno ho incontrato Rama, figlia di una russa e di un negro-
mauritano. Si sente araba e vuole compartarsi di conseguenza. Veste
dunque alla perfezione la melhafa, il velo tradizionale dei Mori.
Anzi, lo porta in modo piu’ che perfetto, con un’attenzione a non
scoprire il suo corpo che normalmente le mauritane non hanno. Abbasso
gli occhi e vedo alla base della sua melhafa la scritta “MATTEL”,
caratteri cubitali. E’ la compagnia di telefonia mobile privata in
Mauritania, il cui motto e’ “Che il mondo sia migliore con Mattel”.
Dico motto, non slogan.
Un po’ nauseato da questi pensieri un po’ troppo no global parto per
l’universita’. Qua hanno imparato subito a fare domenica e cosi’ il
programma mattutino salta. Parto a piedi, quartiere presidenziale.
Vedo che una cinquantina di poliziotti ha sbarrato la strada alle
auto. Molto piu’ efficaci nella lotta al traffico, benche’ un po’
troppo drastici, rispetto al mio amico della Marlboro. Io tentenno un
po’ ad attraversare la strada. Conduce dritto al palazzo
presidenziale. Capisco che e’ il grande capo che deve passare.
Passeggiata domenicale? Passo di fronte ai poliziotti. Nulla da
nascondere. Ma nel momento in cui me lo dico non sono piu’ naturale.
Ostento sicurezza, forse troppa. Cambio repentinamente e opto per
l’indifferenza. Ne risulta una sguardo teso e falsamente
indifferente. Come di qualcuno che ha qualcosa da nascondere. Accenno
un sorriso sollevando lo sguardo. Bravo, cosi’ richiami la loro
attenzione! Calmo, ma perche’ mi preoccupo? Passo indenne. Tocco il
marciapiede sabbioso con la punta del piede. Vorrei fermarmi ed
aspettare il passaggio di Mister President, non piu’ Rais, ma ho
voglia di tirar dritto. Alt!!! Alle mie spalle una voce mi intima di
fermarmi. Riacquisto lo sguardo da falso tranquillo e mi giro. Un
poliziotto mi viene incontro con il suo indice puntato e mi ripete
una frase che non riesco a decifrare. Il suo indice si orienta verso
il mio zaino e la sua voce non varia il suo codice. Rifletto. Vuole
controllare il mio zaino. E’ normale. Sta per passare il presidente.
Mi dico che non ho nulla da nascondere, solo due mutande da lavare.
No, aspetta. Ho anche il mio articolo. Sangue freddo. Tranquillo. Non
lo leggeranno. Mi hanno parlato in hassanya, dunque non parlano
francese. Non possono leggere il mio articolo. Ma quel dito puntato
continua ad indicarmi lo zaino. Non ho tempo di avere paura. Il
secondino si avvicina e mi mostra quel che il suo capo indicava, la
sbrodolatura di burro che ho sulla camicia. Scoppio in una risata
plateale e ringrazio il poliziotto in modo eccessivo, come se mi
avesse salvato la vita. Riprendo il mio cammino. In quel momento Mr
President deve essere passato con la diligenza e il corteo. Ma io non
mi giro e continuo per la mia strada.
sabato, marzo 19, 2005
Sono a Kaédi, sul fiume Senegal

Sono a Kaedi, sul fiume Senegal. Quell'enciclopedia vivente che e'
Doudou Ball spartisce con me la sua ipotesi: il nome Kaedi
significherebbe "la' da dove e' partita la barca". Dall'altra parte
dell'emisfero boreale, oltre l'Atlantico, si trova Haiti, "la' dove
la barca e' arrivata". (Nello stesso istante ad Haiti un vecchio sta
spartendo la stessa ipotesi con un altro Riccardo). Sembra che gli
schiavi deportati ad Haiti dai francesi fossero originari di queste
terre senegalo-mauritane. E cosi' la rivoluzione "negra" di Toussaint
de l'Ouverture ad Haiti, la prima rivoluzione di schiavi afro-
americani, la prima rivoluzione americana dopo quella americana,
prima che a sud si sollevassero i Simon de Bolivar, quella
rivoluzione contro la Francia rivoluzionaria e napoleonica in nome di
quei valori che la stessa rivoluzione francese aveva inventato e poi
negato alle prime colonie in barba all'universale, ebbene quella
rivoluzione ad Haiti a cavallo tra '700 e '800 sembra si sia ispirata
alla rivoluzione dei Toroode del 1776, in queste terre che ora io
calpesto e che allora si facevano chiamare il "regno del Futa Toro".-
Ricevo solo una semplice conferma: l'umanita' tutta intera e'
intimamente e irrimediabilmente legata. E che e' appassionante
rintracciarne i percorsi, riscoprirne le fila e i contatti. Haiti-
Kaedi. Perche' non Antananarivo-Sumatra, piuttosto che San Nicandro-
Tel Aviv.
Ieri mattina ho lasciato Boutilimit. La strada rapidamente pende
verso sud. Neanche te ne accorgi e il Sahara diventa Sahel. Il
cambiamento ortografico tradisce la gradualita' della mutazione
geografica. Mai dimentichero' l'immagine di quelle bambine velate da
mille colori. Correvano su della terra arsa, ma gia' occupata da
arbusti. L'orizzonte come orizzonte. E che importanza aveva per loro
sapere se stavano correndo, ridendo, nel Sahara o nel Sahel?
A condurre il mezzo che mi catapulta verso sud e' un anziano signore.
Il pollice storto segue la rotondita' del volante e rivela quanti
chilometri ha percorso lungo questo paese. Arrivati a Bogue' si
ferma. Vuole riposarsi. Perde tre dei sette passeggeri: " che
prendano un altro mezzo, io voglio riposarmi e non sopporto la gente
che ha fretta". Giusto il tempo, a volte infinito, di bere tre
bicchieri di te e aspettare l'ora della preghiera. Si leva il
turbante dal viso e io posso finalmente scrutarlo. Una superficie
facciale come una sezione di un albero: ogni segno racconta una
storia che solo in pochi, non io, sono in grado di leggere.
Questa mattina mi sveglio dunque a Kaedi. Non esco subito. Mi godo
l'acqua corrente e la tv di questa stanza d'albergo, l'unico albergo.
Quel mondo la' fuori mi sembra una nuova fonte di stress. Un altro
panorama da rendere proprio, altri visi da rendere familiari e altri
nomi da rendere ricordabili. Ma a meta' mattinata mi decido ad
uscire, prima che il relax diventi apatia e il pudore della scoperta
diventi paura. Piu' tardi Doudou Bal mi citera' Einstein:"all'origine
della conoscenza non c'e' l'intelligenza, ma la curiosita'".
Affronto la nuova citta' e comincio la ricerca a modo mio. Cammino
sotto il sole, senza consultare la carta ne' chiedere informazioni ai
passanti. Voglio vedere se il mio istinto si orienta e raggiunge
l'acqua del fiume. Quanto alle esperienze e agli incontri lascio che
siano essi ad esperirmi ed incontrarmi. Che succeda qualcosa se deve
succedere.
Mi aspettavo un'insulsa giornata e non immaginavo quello che sarebbe
succeso. Raggiungo la sponda del fiume. Mi siedo a guardare la riva
opposta che e' gia' Senegal. Non ci sono ne' dogane ne' doganieri.
Donne piegate sull'acqua a seno scoperto lavano i vestiti. I bambini
aspettano nudi e seduti. Un gruppo di giovani intaglia la terra, la
bagna e la fa essicare al sole. Magia e la terra diventa mattone.
Arriva un giovane. Il suo buon umore prima di lui. Ismael diventa
subito amico e mi invita a casa sua. Domani lascio l'albergo e mi
trasferisco da lui e la sua famiglia. Il piccolo Amadou che di solito
incontro qui si chiama Samba. A stento cammina in quei sandali che ad
ogni passo ripetono il suono della paperetta che mi faceva compagnia
durante i miei bagni. Ad ogni passo di Samba - il piccolo, non il
ballo brasiliano - mi scappa da ridere. Da Ismael conosco il maliano
Souleymane, un medico che studia le piante medicinali tradizionali.
Ma non ditelo alla case farmaceutiche che se no vi mettono il diritto
d'autore. E finalmente entra in scena Doudou Bal. Ha una vita
incredibile: parla pulaar, arabo, soninke', francese, inglese,
spagnolo, russo e cinese. Ah, giusto, anche un po' di italiano: ha
pubblicato in questq lingua due favole, ha lavorato a Roma alla Fao e
ha fatto Parigi - Ventimiglia con una Fiat 500 negli anni '60. Una
pallottola nella mano alla fine degli anni '50 durante una
manifestazione a Parigi contro la guerra d'Algeria. E poi Indonesia,
Cina, Marocco, Sudafrica, Argentina, Cuba con il Che. Primo
colonnello della Mauritania. 3 anni di carcere per ragioni politiche.
Biblioteca vivente di questo paese.
Torno per cena a casa di Ismael. La sera il cortile diventa
ristorante e una piacevole folla si riunisce a mangiare. Fa caldo e
la situazione mi fa pensare ad una grande famiglia che si riunisce in
estate in una grande casa nelle nostre campagne. Ho voglia di questo
nei miei giorni futuri. E provo lo stesso tornando a piedi
all'albergo, lungo le strade non illuminate. Abituato alla citta'
avevo dimenticato come siano vere le cose nella piu' completa
oscurita' campagnola. E i pochi metri illuminati di fronte ad una
bottega dove la gente si riunisce a parlare sembrano dei pezzi di
luna caduti per terra. Alzo lo sguardo per sincerarmi che la luna sia
intera, ma non la vedo. Trovo solo le stelle. Il respiro si affanna.
Per la prima volta, in questa oscurita' africana, mi rendo conto
della reale profondita' del cielo e della densita' delle stelle. Mi
ricordo di Kant che diceva: "la legge morale dentro di me, il cielo
stellato sopra di me". Quanto alla prima io non l'ho ancora trovata,
ma quanto al cielo stellato ora so che cos'e'. Penso a Baru, fratello
di Ismael. Lo chiamano Kant perche' Kante fa di cognome e la
filosofia e' la sua passione. Poi sorridendo ripenso ad Hegel: si
burlava di kant dicendo che a lui il cielo stellato ricordava un viso
butterato. Quello stesso Hegel - e tutto si mostra irrimediabilmento
legato - che a suo tempo denigro' la rivoluzione dei "negri" ad
Haiti. "La' dove la barca e' arrivata".
mercoledì, marzo 09, 2005
Sono a Boutilimit

Sono a Boutilimit, paesone in mezzo al deserto a sud-est della capitale. Sono a Boutilimit e anche qui un Amadou e' al mio fianco. Non smette di guardarmi e sorridermi. In realta' guarda la mia penna scrivere. Poi mi interrompe e con il dito ripercorre l'inchiostro su queste pagine. E' meravigliato, e io con lui. Ci stupiamo di queste forme nere che nascono dal nulla. Danno l'idea sia della regola che del movimento, pur essendo costrette alla bidimensione.
Sono partito ieri mattina. Mi sono sentito eroico: viaggio solo e disorganizzato per scelta. E' una forma di ribellione amorosa: le mie ragazze hanno sempre riconosciuto in me un amante del viaggio, ma hanno anche sempre sottolineato, con ironia e insofferenza, le mie fissazioni per le tabelle di marcia e le mie manie per l'iperpreparazione - Ricordo il mio primo atteraggio in Africa, vestito da Rambo settantenne che va a pesca con l'Ape-. E poi, ho voglia di sentire completamente mia questa esperienza, fino ad ora troppo legata ad una persona che ha fatto dell'indecisione il mio modo di amarmi a distanza, rendendo ora me piu' indeciso di lei.
Ho trovato subito il veicolo che mi avrebbe condotto a Boutilimit. Ho aspettato 4 ore affinche' si riempisse di passaggeri e si sovraccaricasse di bagagli. Una Peugeot 505, anni '70, station wagon ante litteram, cambio al volante e cruscotto che ricorda tanto quello del camion con cui mio nonno commerciava la frutta.
Esci appena dalla citta' e ti manca il fiato. Ad ogni duna hai voglia di commuoverti. Il mio compagno di sedile non smette di guardarmi, costringendomi a contenere la meraviglia. Ogni cosa che incontriamo me la indica annuendo, sapendo che non capirei qualsiasi spiegazione vocale. E' fiero del suo paese e di ogni cosa vi si trovi: mi indica le dune, i villaggi, le prigioni di Ouad Naga, le file di dromedari che ci tagliano la strada o che si stagliano sull'orizzonte, sul profilo instabile di una duna.
Ma le emozioni eterne, lo si sa, si vivono solo a momenti. Al ventesimo chilometro ti chiedi perche' hai scelto il sedile dalla parte del sole. E poi come hai fatto a dimenticare l'acqua attraverso il deserto. Le dune cominciano a sembrare tutte uguali. L'uomo non smette di vantarsi della sabbia e io ho male alle chiappe e conto i chilometri. Gli occhi fissi sulla strada. Il suo grigio e' l'unico riferimento in mezzo a un deserto che ripete costantemente se stesso. La chiamano la via della speranza - e gia' tocchi ferro. L'hanno costruita i brasiliani, mettendo a frutto l'esperienza maturata con la transamazzonica. Lavoro molto piu' semplice: il deserto gia' esiste e non deve essere creato a colpi di accetta. Lavoro molto piu' difficile: l'asfalto tenta disperatamente di irrigidire forme di sabbia. Ma la sabbia non ha forma se non per l'istante di una foto.
Arriviamo giusto in tempo. Faccio un giro per Boutilimit prima del tramonto. Tutto e' arancione, il cielo, la sabbia, le case. Le ombre si allungano. I bambini si affacciano alle porte al mio passaggio. Scappano ridendo, mi guardano impauriti. I piu' temerari mi vengono incontro gridando "nasrani", "cristiano".
Si fa notte. Trovo alloggio in un cortile di una locanda. Mi installo sotto un tendone e mi stendo. La famiglia di questo Amadou, che gestisce la baracca, mi chiude dentro e se ne va. Ho mal di testa e perfino il cemento mi sembra un buon giaciglio. Sento ancora bambini che giocano altrove. Di tanto in tanto sento un camion passare nottambulo sulla via della speranza. Mi allungo verso il limite del tendone e mi riprendo la mia parte di cielo, la mia dose di stelle. Per un istante la sensazione d'essere solo mi assale. Rimpiango, solo per quell'istante, un lungo istante, quelle voci ironiche e insofferenti che un tempo mi accampagnavano.
No, mi sbagliavo. Non sono solo. La notte sara' una lunga giornata di risvegli in compagnia. A un metro da me c'e' il ripiano cucina. Sento i topi che vi abitano elogiare il cibo che incontrano. Un insetto si muove sotto la stuoia che mi fa da materasso. Lo schiaccio con la lampada. E invece no, lui resiste. Sollevo la stuoia e vedo un insetto corazzato. Lo scaravento lontano con sdegno. Neanche il gusto di spappolarlo. Mi addormento. Beeeehhh! Il montone mi urla in faccia. Temerario, e' giunto fino alla mia stuoia per comunicarmi il dramma dell'essere montone. Ma io non potro' mai capirlo. Lui testardo pero' ci riprovera' almeno una decina di volte. Al risveglio un'invasione di mosche che ancora non mi lasciano. Per fortuna non ho incrociato i serpenti, ma credo di averne viste le tracce salendo su per la grande duna che sovrasta il paese. La' in cima c'e' un forte francese. Sabbia e vento l'hanno ridotto a un rudere medievale quando invece ha solo un centinaio di anni. Ad una decina di metri hanno costruito una grossa riserva d'acqua e due antenne di ripetizione. Fianco a fianco il colonialismo per la "civilizzazione" e la colonizzazione per mano della "civilta'".
Boutilimit non e' Nouakchott. L'aria e' piu' calda, l'atmosfera e' piu' rilassata. Poche sono le macchine. Ancor meno le persone che parlano francese e dunque i miei potenziali interlocutori. E invece ancora una volta mi sbaglio. La comunicazione non e' direttamente proporzionale alla capacita' di comunicare.La gente mi ferma per strada, alcuni scendono le dune solo per venirmi incontro. Stringersi la mano e sorridersi e' gia' sufficiente. E sono soprattutto le donne a sorprendermi. Qui perfino le More, ossia le donne arabofone, mi vengono incontro, mi sorridono e scambiano due parole. In due si sono perfino proposte in matrimonio. A Nouakchott e' impossibile. La capitale e' il regno della formalita' e della morale. In citta' e' importante mostrarsi fedeli alla tradizione, diversamente dalla campagna. La' dove si crede la tradizione abbia origine.
giovedì, febbraio 24, 2005
Ieri sera ho deciso di uscire

Ieri sera ho deciso di uscire. Andiamo al ristorante cinese.
All'"Hong Kong" si puo' bere della birra a basso costo, là dove la
legge proibizionista non ha accesso. Ad accoglierci un cameriere
gabonese. Seduto dietro il bancone un mauritano arabofono. Riconosco
in lui il gestore del locale. Sembra non esserci piu' il vecchio
gestore, questo si' cinese come pensavo normale che fosse. L'avevo
visto in dicembre, quando pagavo tre birre ad un amico maliano, ora
emigrato oltre l'Atlantico. Quel cinese che non c'e' piu', allora mi
sorprese, vestito com'era di uno sgargiante boubou africano.
Fossi entrato tre giorni fa in quel ristorante, quando non scrivevo e
non vedevo altro che del controsenso, sarei rimasto sconvolto:
insegna luminosa che rimanda al lontano Oriente, gestore autoctono e
inserviente centrafricano. Oggi no. Finalmente mi appare tutto normale.
Dicono sia la globalizzazione a far miscelare gli uomini con
equazioni impossibili e in modi imprevisti. Io mi chiedo se invece
per noi esseri umani non sia sempre stato cosi'. L'unica cosa che
cambia e' che ci siamo abituati, ed anche convinti, che tutto cio'
sia anomalo ed inedito. Non siamo piu' capaci di incontrare un viso
senza chiederci da dove venga. Mai chiediamo un nome senza domandarci
la sua origine. Siamo feticisti di identita', rendendo artificio le
ovvieta' umane. Ci ripetiamo che l'immigrato e' africano. Il
fondamentalista mussulmano. Ma ci ripetiamo forse di continuo che il
nostro alfabeto ha origine fenicia e che la divinita'a cui talvolta
ci rivolgiamo e' semitica? Ogni volta che ci rifugiamo in bagno ci
ricordiamo che la carta igienica e' un'invenzione cinese?
Abbiamo perso il gusto di incontrare persone perche' non vediamo
altro che le cose che queste persone producono - e noi compriamo,
glorificandoci del consumo di un nome esotico, di un gusto che sa di
lontano. Ci spaventa ammettere che tutto ci e' prossimo. Sarebbe
ammettere che tutto e' un po' umano.
Ci crogioliamo nell'aver costruito un fantomatico villaggio globale.
Ma piu' si avvicinano cose e persone e piu' le definiamo a noi
estranee, da noi distinte.
Mi viene in soccorso un detto hassanya: se un uomo entra in una
foresta, impara il linguaggio degli uccelli. L' "antropologo" scende
finalmente dal trono ed accoglie il consiglio dell' "indigeno": e'
possibile parlare qualsiasi linguaggio. Tutto assume un contorno
sfuocato, i confini si dileguano e le forme si sformano. Eppure tutto
sembra piu' chiaro.
Per la globalizzazione tutto ci appartiene. Per l'umanita' a tutto
noi apparteniamo.
Ho deciso. Una settimana e poi parto per il Sud. Vado verso nomi di
città che evocano avventure africane - Butilimit, Bogue', Kaedi - ma
ormai quel che mi interessa non sono i nomi dei luoghi. E' la gente
che incontro. Ed e' della gente - persone - che dovrei parlare invece
di soffermarmi su biciclette, bacinelle, veli, macchine e carri
senz'anima.
Al centro culturale francese incontro spesso un tunisno impazzito.
Scrive interminabili papiri. Poi li rilegge e se ne compiace. Poi li
strappa, riducendoli in puzzle impossibili. Una scena triste. Un
dramma nostalgico. Con un po' di cinismo - mi dico che a volte fa
bene - sfrutto questa pazzia altrui per dire "io no, rimango ben
ancorato per terra".
Ho di nuovo voglia di un meta. Ricomincio finalmente ad amare questo
paese. Ritrovo ancora una volta un senso. I miei passi.